Non bisogna attendere la fine dei conflitti per iniziare a costruire la pace. La vera prevenzione delle guerre passa attraverso il lavoro quotidiano nei territori, il contrasto alle diseguaglianze, la disarmante cura delle parole e il superamento delle barriere identitarie. È questo il forte messaggio emerso dal Seminario nazionale “Costruire identità plurali al servizio della pace”, promosso dal 7 al 9 settembre a Frascati da Caritas Italiana insieme all’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della CEI.
Tre intense giornate di approfondimento e confronto hanno evidenziato come i conflitti armati affondino le radici in un terreno preparato molto tempo prima: quando le identità si irrigidiscono in fortezze inespugnabili, i confini diventano muri e l’altro viene percepito unicamente come una minaccia. Le diseguaglianze sociali e la percezione di abbandono alimentano paure e risentimenti che danno forza a nazionalismi ed egoismi. Per contrastare questa deriva occorre superare l’idea di identità “pure” e autosufficienti: l’incontro con le differenze non indebolisce la propria storia, ma la rende consapevole e generativa.
«L’impegno che ci assumiamo è fare delle nostre comunità vere scuole di pace», ha affermato don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana. Questo richiede un’azione concreta nelle diocesi: attivare percorsi educativi, costruire alleanze sociali e cambiare narrazione, mostrando che alla pace ci si allena nei contesti di vita quotidiana per liberarsi dalle paure.
Un punto centrale del seminario riguarda il concetto stesso di pace, che non coincide con la semplice assenza di conflitto o con un vago appello alla concordia. Come sottolineato da don Bruno Bignami (CEI), il conflitto fa parte della vita, ma la guerra inizia quando alla relazione, al diritto e alla politica si sostituisce la pura logica della forza. Ricostruire una cultura della pace significa quindi scommettere di nuovo sul dialogo, sulla cittadinanza inclusiva e su identità capaci di accogliere la pluralità.





